Il Parent Training Razionale Emotivo (REPT)

Negli ultimi anni le conoscenze cliniche e le procedure diagnostiche a proposito dei disturbi comportamentali dell’età evolutiva si sono evolute notevolmente, consentendo la sperimentazione di interventi clinici integrati che includono il coinvolgimento dei genitori e di altre agenzie educative.

Già Ellis aveva potuto riconoscere l’importanza di ottenere la collaborazione attiva dei genitori attraverso un’apposita procedura di formazione e addestramento (Bernard, 2008).

Questa collaborazione è particolarmente importante nei casi in cui il problema del bambino sia di tipo esternalizzato in quanto, nella maggior parte dei casi, i genitori di un bambino con disturbo del comportamento si ritrovano a non essere sufficientemente preparati ad affrontare la vasta gamma di difficoltà di fronte a cui li pone il proprio figlio. In questo senso il REPT è consigliato soprattutto ai genitori di bambini con i tre principali disturbi comportamentali, ovvero (Di Pietro e Bassi, 2013):

  • Disturbo da deficit d’attenzione e iperattività (ADHD)
  • Disturbo oppositivo provocatorio;
  • Disturbo della condotta. 

I genitori, sebbene spesso non se ne rendano conto, contribuiscono attivamente ai problemi del loro figlio per vari motivi che possono essere rintracciati, ad esempio, nel loro personale disagio psicologico, nella disinformazione o nella cattiva informazione in materia di pratiche educative.

Il REPT nasce da alcune modifiche apportate alle procedure utilizzate per la formazione dei genitori basate sulle teorie dell’apprendimento sociale a cui Di Pietro (1992) ha aggiunto, integrandole, le strategie basate sulla teoria e la prassi della REBT. Poiché i risultati si rivelarono incoraggianti fin dall’inizio, l’intervento è stato sistematizzato diventando Rational-Emotive Parent Training (REPT).

Gli obbiettivi del REPT

Tra gli obiettivi del Parent Training Razionale Emotivo troviamo i seguenti:

  • Insegnare ai genitori il modello ABC con l’obiettivo di trasmettere ai genitori stessi il messaggio che possono essere in grado di superare i propri problemi emotivi, evitando che essi si ripercuotano sul comportamento del bambino;
  • Mostrare ai genitori come applicare il modello ABC ai problemi emotivi del bambino, affinché siano in grado di aiutarlo a imparare a pensare razionalmente e a dominare gli stati d’animo negativi anziché esserne sopraffatto;
  • Far acquisire ai genitori le informazioni necessarie per comprendere meglio il comportamento del bambino e correggere le loro eventuali convinzioni erronee in fatto di pratiche educative;

Insegnare ai genitori abilità di problem solving e procedure di modificazione del comportamento, per affrontare i problemi presentati dal bambino.

L’intervento REPT

Il REPT viene condotto in gruppo e solitamente si articola in 12 incontri della durata di 90 minuti ciascuno. La dimensione del gruppo può variare da 5 a 12 partecipanti, ma la quantità ottimale è di circa 10-12 soggetti poiché consente di affrontare una vasta gamma di situazioni, pur offrendo a tutti la possibilità di partecipare attivamente alle relative discussioni. Nel caso in cui partecipino al gruppo entrambi i genitori, i gruppi possono arrivare a includere fino a 18 persone. In questo caso è però preferibile estendere la durata di ogni incontro a due ore.

Un buon programma REPT dovrebbe includere i seguenti argomenti (Di Pietro e Bassi, 2013):

 

  • L’auto-rieducazione razionale-emotiva

 La REPT parte dal presupposto che se un genitore non ha una certa padronanza nella gestione delle proprie emozioni, sarà molto difficile insegnare a suo figlio come superare le emozioni negative; pertanto la prima parte del REPT mira a trasformare quegli aspetti dell’emotività del genitore che influiscono negativamente con una corretta pratica educativa.

In questa fase del training i genitori apprendono a:

-Individuare le proprie reazioni emotive inadeguate;

-Individuare i propri modi di pensare abituali;

-Correggere e trasformare le modalità di pensiero disfunzionali;

-Praticare nuovi modi di pensare più adeguati in situazioni di stress.

Tra gli atteggiamenti disfunzionali da modificare vi sono la tendenza del genitore a biasimare e condannare il bambino per i suoi comportamenti indesiderabili e la tendenza a doverizzare e a pretendere che il bambino si comporti in un certo modo con le conseguenti reazioni di rabbia e di ostilità in caso di disobbedienza.

Altri errori di pensiero che vengono affrontati riguardano la tendenza ad anticipare, secondo la modalità “catastrofizzazione”, il possibile verificarsi di qualche evento negativo per il bambino con le conseguenti reazioni di apprensione e iperprotettività.

 

  • Insegnare al genitore l’auto-accettazione

La maggior parte dei genitori tende a valutarsi in modo globale e ad adottare questa modalità anche con figli, etichettandoli spesso come “cattivi”, “maleducati”, “disobbedienti“. I figli, dal canto loro, è probabile che adotteranno la medesima modalità di autovalutazione dei propri genitori e ad identificarsi con le etichette da loro fornitegli. Per questo è importante che i genitori imparino a correggere gli errori di ipergeneralizzazione e a distinguere le valutazioni sul comportamento da quelle sulla persona.

I principali messaggi che vengono trasmessi ai genitori in questo senso sono:

-Valutare globalmente se stessi o gli altri è un meccanismo controproducente che ostacola il benessere emotivo;

-Il nostro valore come persone non dipende dalle nostre prestazioni (ad esempio da come ci comportiamo come genitori);

-Il valore di un bambino non dipende da quanto riesce bene in certe cose (ad esempio la scuola).

 

  • Promuovere nel bambino una maggiore tolleranza alla frustrazione

Capita spesso che il bambino consideri certe situazioni frustranti quando ad esempio non può ottenere ciò che vuole o quando gli vengono fatte richieste che non gradisce. La bassa tolleranza alla frustrazione è ravvisabile quando il bambino esaspera il fatto che una certa situazione sarà per lui troppo fastidiosa ingigantendo l’importanza di evitare tale disagio.

In questa fase del REPT vengono affrontati i diversi metodi attraverso cui il genitore può aiutare il bambino a superare la bassa tolleranza alla frustrazione, come:

-Fornendo un esempio positivo e affrontando con calma la propria frustrazione (evitando ad esempio di infuriarsi quando il bambino si comporta in modo disobbediente);

-Mostrando di capire i sentimenti di frustrazione del bambino e fornendo una valutazione razionale dell’evento. Un genitore potrebbe, ad esempio, rivolgersi al bambino dicendo: “Hai perso la partita e so che ti dispiace, comunque giocare è stato divertente e non è la fine del mondo se hai perso, potrai vincere un’altra volta”;

-Manifestando fiducia nei confronti del bambino quando questi si trova a fronteggiare un evento frustrante. Ad esempio, il genitore potrà dire: “Le persone non sempre si comportano in modo giusto, ma io so che tu puoi imparare ad affrontare anche questo”.

-Incoraggiando e manifestando apprezzamento quando il bambino mostra maggior capacità di aspettare il conseguimento di qualche gratificazione o di affrontare qualcosa di spiacevole. Il genitore potrebbe, ad esempio, dire: “Vedo che ti sei impegnato molto anche se era molto difficile…”.

 

  • La gestione dei rinforzi e l’estinzione

In questa fase vengono spiegate ai genitori, con un linguaggio il più possibile semplificato, le procedure fondamentali per la gestione delle contingenze di rinforzo e i metodi di estinzione dei comportamenti indesiderabili, ricorrendo a numerosi esempi tratti dalle problematiche presentate dai genitori appartenenti al gruppo REPT.

Viene inoltre posta enfasi sul concetto di apprendimento, dimostrando come certi comportamenti indesiderabili possono essere eliminati, facendo sì che il bambino possa apprendere forme alternative di comportamento.

 

  •  Il problem solving razionale-emotivo.

Questa procedura viene applicata nella fase finale del training, con l’obiettivo di fornire ai genitori l’opportunità di mettere assieme tutto ciò che hanno appreso negli incontri precedenti, per applicarlo ai problemi che possono incontrare nella vita di ogni giorno nel loro rapporto con il figlio.

Questa procedura è suddivisa in due parti:

1: Esaminare il problema dal punto di vista del bambino, ovvero, i genitori imparano a porsi le seguenti domande:

-Quali sono i comportamenti problematici osservabili?

-Qual è lo scopo che vuole raggiungere il bambino?

-Quali sono i probabili pensieri o convinzioni del bambino?

-Quali sono i probabili sentimenti del bambino?

-Come vorrebbe il bambino che io reagissi?

2: Esaminare il problema dal punto di vista del genitore, ovvero, i genitori imparano a porsi le seguenti domande:

-Quali sono i miei obiettivi a breve e a lungo termine in questa situazione?

-Quali sono i miei pensieri e le mie convinzioni riguardo a ciò che sta accadendo?

-Quali sono i miei sentimenti?

-Come posso mettere in discussione i miei convincimenti irrazionali e quali possono essere alcuni pensieri razionali alternativi?

-Come posso agire per aiutare il bambino?

Consigli pratici per l’attuazione del REPT

Affinché un programma REPT si riveli efficace è necessario tenere conto di alcune considerazioni pratiche:

  • Effettuare un assessment delle principali convinzioni disfunzionali presenti tra i genitori che partecipano al training: sarà utile per conoscere quali sono i nuclei cognitivi disfunzionali su cui centrare gli interventi. Possono essere utili, come strumenti d’indagine, alcuni questionari sulle convinzioni irrazionali messi a punto dall’Istituto di Terapia Razionale-Emotiva di Verona (Di Pietro e Bassi, 2013);
  • Durante le discussioni ci si dovrebbe riferire il più possibile a esempi pratici che abbiano a che fare con le problematiche presentate dai partecipanti: è bene ricordare che i genitori vogliono imparare a risolvere i loro problemi educativi e non ascoltare dotte trattazioni sulla psicologia del bambino;
  • Tra un incontro e l’altro è fondamentale assegnare ai genitori qualche homework per consentirgli di far pratica su ciò che hanno appreso;
  • Alcuni problemi accomunano la maggior parte delle famiglie, come ad esempio il bambino che rifiuta di fare i compiti, i litigi tra fratelli, le manifestazioni di aggressività verso i coetanei, i comportamenti sgradevoli quando si è in visita da amici o parenti, la lentezza nel prepararsi quando si deve uscire ed altre difficoltà attinenti la cosiddetta disciplina. Alla luce di ciò, queste tematiche andranno trattate più volte nel corso degli incontri, per facilitare nei genitori l’acquisizione di una maggiore padronanza nell’utilizzare determinate procedure che li aiutino a farvi fronte;
  • Il principale parametro per valutare la riuscita di un intervento di REPT è costituito, oltre che dalle modificazioni comportamentali del bambino, dal decremento nella frequenza con cui i genitori esperiscono reazioni emotive di collera, sconforto, colpa e ansia nei confronti del loro figlio (Di Pietro e Bassi, 2013).
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