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L’effetto Rashomon e le distorsioni cognitive: quel che devi sapere per vederci chiaro

“Non capisco se ho ragione io o ha ragione lui?” “E’ palese che le cose stanno così! Se dice diversamente significa che mente!”Sarà capitato anche a te di trovarti a discutere in merito al medesimo oggetto o esperienza e avere diverse opinioni rispetto al tuo interlocutore e tuttavia essere entrambi ugualmente convinti della propria versione dei fatti.

Questi episodi spesso portano ad incomprensioni e conflitti ma l’intento in questa sede è quello di riflettere sulla natura stessa del concetto di verità e sulle ripercussioni che l’inevitabile soggettività della percezione della realtà può avere a livello del benessere psicologico.

Come è possibile pensarla in due modi diversi e tuttavia avere ragione entrambi? Siamo di fronte a quello che viene chiamato “Effetto Rashomon”, termine utilizzato per riferirsi all’effetto della soggettività della percezione sul ricordo per via del quale gli osservatori di un evento possono produrre resoconti diversi ma ugualmente plausibili. L’esistenza di questo effetto che ripercussioni ha sulla nostra psiche? Come disse il saggio Epitteto: “L’uomo non è turbato dalle cose ma dall’opinione che ha di esse”.

La seguente storia zen che ho selezionato per te, ci parla di come la rappresentazione delle cose dipenda dal mondo interiore di chi le osserva e successivamente ne vedremo insieme le ripercussioni sul nostro modo di affrontare la vita.

C’era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente. Un giovane si avvicinò e gli domandò: “Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?” L’uomo rispose a sua volta con una domanda: “Come erano gli abitanti della città da cui venivi?”Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là”. “Così sono gli abitanti di questa città!”, gli rispose il vecchio saggio. Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda: “Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?” L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: “Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”. “Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!”. “Anche gli abitanti di questa città sono così!”, rispose il vecchio saggio. Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: “Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone? “Figlio mio”, rispose il saggio, “ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell’altra città, troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore”.

Da questo racconto si evince l’importanza delle aspettative che ci conducono a trovare ciò che ci aspettiamo di trovare, poiché ognuno proietta nella realtà ciò che è dentro di sé. Stando così le cose sembrerebbe che la verità assoluta non esisterebbe e la deriva potrebbe essere quella del relativismo. Lungi dallo sfociare in quest’ultimo, l’obiettivo di questo articolo è porre l’attenzione a una questione fondamentale: la verità può avere diversi punti di vista, alcuni più utili, altri meno a vivere al meglio delle proprie possibilità e a gestire al meglio le difficoltà che si incontrano.

L’assunto dal quale parte la psicoterapia cognitivo comportamentale è che non sono sufficienti i dati di realtà sfavorevoli a turbare la vita delle persone quanto l’interpretazione che ne danno soggettivamente. L’interpretazione che ognuno di noi dà degli eventi è determinata dalle proprie convinzioni su di sé, sugli altri, sul mondo e sul futuro, ovvero dalla propria organizzazione cognitiva che a sua volta dipende dalle esperienze che ognuno di noi ha vissuto. L’organizzazione cognitiva del singolo determina quindi, indirettamente, agendo sull’interpretazione dei dati di realtà, le emozioni e i comportamenti difronte a un determinato fatto. E’ utile a questo proposito fare una distinzione tra sofferenza intrinseca e sofferenza superflua. Con quest’ultima si intende ogni forma di disagio non strettamente richiesto dalla situazione stessa e che quindi può essere evitata.

La sofferenza superflua si manifesta sotto forma di emozioni e sensazioni spiacevoli e comportamenti disfunzionali non indispensabili che appesantiscono la situazione spiacevole più del dovuto e ne rendono più difficile la gestione. La sofferenza superflua è determinata da un utilizzo eccessivo e poco flessibile di quelle che vengono definite distorsioni cognitive, ovvero gli errori di pensiero che nascono dal tentativo di semplificare la realtà secondo il principio dell’economia psichica.

Le distorsioni cognitive sono pensieri che hanno 4 caratteristiche:

sono illogici, ovvero non sono sostenuti da un rapporto di causa-effetto

si autodefiniscono, ovvero non sono supportati da prove oggettive

sono limitanti, ovvero riducono eccessivamente la realtà al punto di perdere informazioni utili alla risoluzione del problema

sono inflessibili: ovvero presuppongono che non ci siano altre visioni possibili della stessa cosa Le principali distorsioni cognitive sono rappresentate da:

Catastrofismo: si anticipano gli eventi pensando che accadrà sicuramente il peggio.

Es. “Se non passerò questo esame sicuramente non raggiungerò mai io mio sogno di diventare medico”

Pensiero dicotomico: vengono colti solo gli estremi di un continuum e gli eventi sono valutati in forma estrema, del tipo buono/cattivo, nero/bianco, on/off ecc..

Es. “Se farò bene l’esame i miei saranno fieri di me, altrimenti tutti penseranno che sono proprio un fallito..”

Generalizzazione: si giunge a una conclusione generale partendo da un episodio particolare.

Es. prendere una singola storia d’amore finita male come la prova del fatto che non si troverà mai la persona giusta.

Valutazione globale: vengono utilizzate etichette generali su eventi, cose e persone tralasciando le diverse sfumature.

Es. “Sono proprio un fallimento”, “è proprio ingiusto il mondo”, “quella persona è odiosa”

Doverizzazione: ci si autoimpone regole rigide e severe su come le cose dovrebbero andare e dovrebbero essere fatte. Es. “Devo fare una bellissima figura” oppure, “non dovrei provare rabbia”

Lettura del pensiero: consiste nell’attribuire ad altri, in assenza di prove oggettive, determinati giudizi, intenzioni o sentimenti.

Es. “Mi comporterei così solo se fossi arrabbiato con lei…sicuramente se non mi chiama ce l’ha con me!”

Tali pensieri portano ad interpretare la realtà in modo illogico, autodefinitorio, limitante e intransigente,spesso senza che il soggetto si renda conto che le proprie percezioni sono “viziate”.

Se, come spesso accade, abbiamo imparato a pensare in un certo modo fin da piccoli quello ci sembrerà l’unico modo possibile di pensare le cose e di conseguenza, nel momento in cui ci sentiremo turbati, saremo portati a pensare di non poterci fare nulla e a sentirci impotenti.

E’ come se portassimo un paio di lenti scure: se ci dimentichiamo delle lenti che indossiamo, saremo penseremo che l’unico modo di vedere il mondo è senza colore. Al contrario, se ci accorgiamo che stiamo indossando delle lenti, sappiamo che possiamo toglierle o sostituirle.

Articolo pubblicato su Vivere la Psicologia l0 12/11/21

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